«Il Sud risorge solo se unito, nel governo un problema culturale»: Il Meridionalismo di Antonio Bassolino

«Il Sud risorge solo se unito, nel governo un problema culturale»: Il Meridionalismo di Antonio Bassolino

“Il Sud tra decadenza e rinascita”, questo il tema al centro del dibattito promosso ed organizzato dalla Fondazione Sudd e tenutosi a Casina del Principe. Un confronto ampio e ricco di spunti di riflessione al quale hanno preso parte il sindaco di Avellino, Paolo Foti, il professore Luigi Anzalone, il Presidente del Consiglio Regionale della Campania, Rosetta D’Amelio, l’imprenditore Silvio Sarno e l’ex Governatore della Regione Campania, nonché Presidente della Fondazione Sudd, Antonio Bassolino.

Nel ruolo di moderatore, Samuele Ciambriello. A lui, ovviamente, l’onere di definire la cornice del dibattito con una intensa introduzione. Ciambriello ha rimarcato la drammaticità della condizione meridionale, drammaticità cristallizzata nei numeri dell’ultimo rapporto Svimez, per poi richiamare l’attenzione di tutti sulla distanza siderale che separa gli annunci di questo esecutivo sul Meridione dai fatti concreti.

Quindi, la parola è passata al padrone di casa, ovvero al sindaco di Avellino. Foti ha in primo luogo ricordato il legame tra Antonio Bassolino e la città capoluogo, sottolineando il ruolo giocato dall’allora Presidente della Regione sul terreno della pianificazione strategica ai tempi del compianto Tonino Di Nunno, per poi entrare nel merito della discussione: «La questione meridionale è ancora irrisolta e mi ferisce che non sia nell’agenda dell’attuale governo nazionale, anche se, in realtà, il Mezzogiorno è sparito dall’agenda di tutti i governi susseguitisi nel corso degli ultimi decenni».

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Di diverso tenore, invece, l’intervento del professore Anzalone. L’ex assessore di Bassolino è partito, stranamente, proprio dai numeri: «In Germania la disoccupazione giovanile è al 7,9% in Campania al 51,5% contro il 23,8% a livello nazionale. Il 40% dei meridionali è povero e la forbice tra povertà e povertà assoluta s’è stretta drammaticamente. Le due condizioni essenziali per restituire futuro al Sud sono le stesse da sempre: portare nel Meridione d’Italia lo Stato di Diritto è la priorità delle priorità. Siamo ancora al medioevo, i diritti sono ancora favori, siamo ancora vittime di un sistema di potere corrotto, corruttore ed inconcludente.

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Di qui, l’intervento di Silvio Sarno che, in qualche misura, ha provato a capovolgere il paradigma: «Nel 2004 Confindustria provò ad aprire un confronto nel Paese, anche da questa provincia, sulle ragioni che avevano determinato, già allora, il blocco dell’ascensore sociale in questo Paese. Ed è del tutto evidente che molto è dipeso anche dall’atteggiamento di tanti imprenditori che nel corso degli ottanta e novanta hanno lucrato su tutte le opportunità di sviluppo offerte al Meridione, depauperando fondi e lasciando scatole vuote sui territori. Il vero punto è questo: per decenni ci siamo accontentati di un benessere fasullo e posticcio perdendo di vista lo sviluppo. L’economia meridionale è stata drogata troppo a lungo e quando il gioco è finito ci siamo ritrovati poveri, come lo siamo oggi. Serve uno scatto, non possiamo accettare questo stato di cose. Io dico che in questa fase sarebbe necessario introdurre politiche di destra in una cornice progressista. Pensiamo alla “Banca del mezzogiorno” evocata da Tremonti, sarebbe dovuta servire a finanziare fondi di investimento per industrie vere con progetti reali di crescita e sviluppo, o a garantire investimenti di carattere infrastrutturale. Quell’intuizione resta valida, basti riflettere sul fatto che l’ultima grande opera realizzata in questa provincia è l’A16, il resto sono favole. Noi dobbiamo capire che nelle attuali condizioni nulla è certo, quanto tempo ancora l’Ema potrà rimanere lì dov’è senza interventi volti a garantire un contesto infrastrutturale migliore? E la Denso? Le istituzioni devono fare attenzione ed è vero, la rappresentanza parlamentare del Sud non pare essere in gradi di affrontare questa sfida. E anche nel Pd non mancano certo i problemi. Anche le minoranze mancano di proposte e di soluzioni. Dal mio punto di vista il Mezzogiorno deve essere concepito come la piattaforma del manifatturiero italiano a tutto tondo ed occorre un grande patto tra generazioni che vada al di là delle ideologie e che si misuri sui fatti. Ed ogni riferimento a Renzi non è casuale, sotto l’abito del renzismo non c’è nulla. Quel che alla fine resta è solo un leader che grida ma che ad oggi ha tradito la parola data al Sud»

Infine, le conclusioni di Antonio Bassolino. L’ex Presidente della Regione ha in prima battuta ricordato il legame profondo che ha con l’Irpinia, dove ha trascorso «gli anni più belli» della sua giovinezza, dove si è formato politicamente nelle vesti di segretario provinciale del Pci, dove torna sempre con gioia. Quindi, è andato al sodo della questione: «Tra tutti i dati snocciolati dallo Svimez quello che mi ha colpito di più non è un dato economico, ma è il dato che meglio fotografa le condizioni in cui siamo e le prospettive future con le quali ci doabbiamo misurare. Mi riferisco allo tsunami demografico che travolge il Mezzogiorno, intere generazioni di giovani, molto spesso formati, vanno via, a Londra come i miei figli. Vanno via perché in questo Paese si sentono prigionieri di una struttura di potere invasiva che si regge sul familismo politico. Questo è vero dramma meridionale, abbiamo bisogno di integrazione ma soprattutto di far tornare i nostri ragazzi. Andare all’estero è positivo solo se si tratta di una scelta libera e reversibile, sino ad allora non avremo futuro».

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